ACQUA BENE COMUNE

 

L’incontro-dibattito svoltosi il 21 sera nel salone del Centro Parrocchiale di Binetto, ha avuto per tema l’importante questione dell’acqua e del referendum per la ripubblicizzazione di questo bene comune.

L’iniziativa organizzata dalla Libera Associazione Binetto (LAB), mira anzitutto a informare e sensibilizzare la cittadinanza al problema, e quindi a pubblicizzare la raccolta di firme per i quesiti referendari, da effettuarsi il 25 aprile e il primo maggio.

Dopo aver brevemente introdotto l’argomento, il presidente della Lab, Antonio Mele, ha passato la parola all’ospite, Federico Cuscito, un giovane che aderisce al Comitato Pugliese “Acqua Bene Comune”. 

Cuscito ha anzitutto evidenziato come l’acqua, pur essendo una risorsa a cui tutti dovrebbero poter accedere, un diritto umano universale, in realtà non è disponibile a tutti; il paradosso sta nel fatto che proprio le regioni del mondo più ricche di questo bene, sono caratterizzate da uno scarso uso dell’acqua, in ambito domestico, agricolo e soprattutto industriale. Non a caso, in tali paesi sono le multinazionali a gestire l’acqua; la conseguenza è dunque una iniqua distribuzione del bene e un accesso ad esso precluso a 1,5 miliardi di persone.

Inoltre l’acqua è una risorsa esauribile, pertanto si pone anche la questione di preservarla, per poterla consegnare alle nuove generazioni.

Quindi di fronte al duplice problema di distribuire equamente la risorsa e salvaguardarla evitando gli sprechi, il forum italiano “Acqua Bene Comune” comprendente tutti Movimenti per l’acqua di cui pullula il territorio nazionale, ritiene che l’unica risposta adeguata possa venire da una gestione pubblica e partecipativa del servizio idrico.

Purtroppo però le multinazionali, che sono fortemente interessate alla privatizzazione dell’acqua, sono in grado di influenzare i governi nazionali, per il loro enorme potere economico; la loro capacità produttiva supera di gran lunga quella di molti Stati nel mondo. In Italia poi a sostenere la campagna a favore della privatizzazione, c’è stato un sistema mediatico capace di inculcare nella gente convinzioni generate da grandi mistificazioni della realtà.

Cuscito ha tentato di smascherare queste falsità; anzitutto è assolutamente inverosimile che in Italia possa instaurarsi per l’acqua un regime concorrenziale, ci sarebbe infatti un monopolio naturale. L’assenza di concorrenza lascerebbe cadere l’illusione offerta ai cittadini secondo cui, con la gestione privata dell’acqua, si avrebbe un abbassamento dei costi; anzi la normativa attualmente in vigore consente al gestore di ottenere profitti garantiti sulla tariffa, caricando sulla bolletta dei cittadini un 7% a remunerazione del capitale investito, senza alcun collegamento a qualsiasi logica di reinvestimento per il miglioramento qualitativo del servizio. Quindi non solo aumenterebbero le bollette, ma questo aumento assicurato per legge, non motiverebbe affatto il privato ad investire per una maggiore efficienza.

In effetti da quando si è passati alla gestione privatistica del bene si è registrato un calo degli investimenti dei due terzi. È anche vero, sottolinea Cuscito, che il servizio pubblico ha tante volte lasciato a desiderare; per questo motivo i movimenti per l’acqua si battono per una gestione del servizio idrico non solo pubblica, ma controllata dai cittadini, ovvero partecipata.

Inoltre la gestione privatistica dell’acqua, il cui obiettivo sociale è legittimamente il profitto, non può soddisfare la necessità collettiva di un uso misurato del bene.

Fin dal primo Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua, tenutosi nel marzo 2006, è emersa la necessità di cambiare radicalmente il quadro normativo esistente, attraverso una proposta di legge d’iniziativa popolare i cui obiettivi sono: la tutela della risorsa e della sua qualità, la ripubblicizzazione del servizio idrico e la gestione dello stesso mediante strumenti di democrazia partecipativa. La proposta di legge è stata consegnata nel 2007 corredata da oltre 400.000 firme di cittadini; nonostante ciò il processo di privatizzazione del servizio idrico che interessa il nostro Paese da almeno 10 anni, è stato completato dall’ attuale governo nel novembre 2009, attraverso la legge Ronchi.

Essa prevede che entro dicembre 2011 cesseranno di esistere tutte le gestioni non ancora affidate al privato; mentre il modello di gestione “in house”, cioè affidata a società regolate dal diritto privato, ma ad intero capitale pubblico, come è l’Acquedotto Pugliese, potranno continuare ad esistere alla sola condizione di trasformarsi in società miste, con capitale privato al 40%.

Pertanto il Forum nazionale ha ritenuto opportuno giocarsi la carta del referendum abrogativo, come ultima spiaggia per tentare di togliere l’acqua dal mercato e i profitti dall’acqua.

I quesiti sono tre, perché si vorrebbe scardinare l’intero assetto normativo vigente, non solo la legge Ronchi, relativamente alla quale è stato formulato il primo quesito; infatti, anche abrogando quest’ultima, rimarrebbe comunque la possibilità di gestione privata o privatistica del servizio idrico, attraverso il ricorso alla gara o alle società a capitale misto o interamente pubblico; è per questo che il secondo quesito interverrebbe ad abrogare quella parte di normativa che consente ciò, favorendo il percorso verso la ripubblicizzazione del servizio idrico. E infine il terzo quesito si propone di abrogare la parte di normativa riguardante quel 7% in più sulla bolletta, di cui si diceva sopra. In tal modo, nel caso di insuccesso con i primi due quesiti, ci sarebbe il terzo, che renderebbe molto meno appetibile al privato l’affare-acqua.

L’iter del referendum è certamente irto di difficoltà, come ha ammesso lo stesso Cuscito. Anzitutto nessuno dei partiti più grandi lo sostiene; inoltre il partito di Di Pietro, per motivi incomprensibili, ha presentato autonomamente un altro quesito referendario, comunque inadeguato a contrastare la privatizzazione dell’acqua, in quanto si propone di abrogare solo la legge Ronchi. L’informazione è quasi completamente assente, e questo rafforza l’ostacolo delle 500.000 firme da raccogliere. Poi c’è la questione dell’ammissibilità dei quesiti, tutta nelle mani della Corte Costituzionale. E infine c’è il problema del quorum da raggiungere nella eventuale consultazione elettorale.

La nota positiva è che il Forum per l’Acqua è riuscito ad aggregare una straordinaria coalizione sociale e politica intorno al referendum. E l’altro elemento che genera fiducia è l’impegno e il contributo dei giovani in questa battaglia per l’acqua, che è una battaglia di civiltà e di democrazia. La sensibilità dei cittadini emersa dal dibattito seguito alla relazione dell’ospite, possa tradursi in impegno non solo a firmare la richiesta del referendum, ma anche ad attivarsi affinché la battaglia per l’acqua diventi il paradigma di un altro modello di società, fondata sulla democrazia partecipativa, il controllo democratico e la partecipazione diretta dei lavoratori, dei cittadini, delle comunità locali.

 

 

 


 

 

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